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Il prezzemolo dall’orto alle ricette di ogni tipo
Inviato da Redazione GI il 28-11-2012 09:35
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Nome scientifico: Petroselinum crispum, P. hortense

Famiglia: Ombrellifere

 

Com’è fatto: originario del Mediterraneo orientale, è un’erbacea annuale o biennale cespitosa con radici a fittone, ingrossate e carnose. Le foglie picciolate sono disposte a rosetta o erette, di colore scuro lucente, variamente dentate a seconda delle specie coltivate. I fiori, piccoli e di colore giallo-verdastro, spuntano solo nella seconda annata, in primavera-estate, ma spesso nelle coltivazioni familiari la pianta viene coltivata come annuale. Ne esistono in commercio una quindicina di specie e varietà, che si differenziano per la forma delle foglie e l’aroma più o meno intenso. Esistono anche varietà con grossi fittoni che hanno le stesse proprietà aromatiche delle foglie e che, facilmente conservabili, possono essere utilizzati al loro posto, specialmente in quelle zone dove il clima rigido non permette la coltivazione dell’erba fresca durante l’inverno.

 

Dove si coltiva: in piena terra fino alla Val Padana; in vaso sulle Alpi e l’alto Appennino se si desidera coltivarlo per il secondo anno.

 

Come si coltiva: in vaso di plastica del diametro minimo di 18 cm. Desidera un substrato ricco di humus e ben drenato. Può vivere al sole come a mezz’ombra. Va annaffiato con regolarità e una certa abbondanza in estate se la pianta vive in vaso, soprattutto in pieno sole. Non necessita di concime. Si semina direttamente in piena terra da febbraio a settembre, a spaglio, ricoprendo poi la semente con un leggero strato di terra e bagnando bene; germoglia (dopo 40 giorni) e cresce lentamente, tanto da far pensare che si inchinasse sette volte al diavolo prima di fiorire. Non ha particolari nemici.

 

Come si usa in cucina: “è dappertutto, come il prezzemolo", l'uso di questa aromatica erba è condensato nella saggezza popolare. Vero jolly in cucina, è, assieme alla cipolla, all’aglio e al sedano, tra le aromatiche più utilizzate e si sposa con qualunque pietanza: pesce, funghi, patate lesse, burro e salsa verde; ma anche zuppe e brodi, pastasciutta e sughi vari, carni in umido, verdure cotte e crude, uova e formaggi. Il meglio di sé lo dà fresco, aggiunto tritato a fine cottura. La varietà a foglie lisce rende più di quella riccia o francese, utile invece per decorare i piatti.

 

Come si usa in cosmesi: per calmare la pelle irritata mescolate una manciata di trito fresco con 2 cucchiai di yogurt magro naturale, applicate per 30 minuti, sciacquate con acqua di rose. Per schiarire la pelle infondete 30 g di foglie fresche in mezzo litro d'acqua bollente per 10 minuti, filtrate e applicate per 15 minuti delle compresse imbevute, per almeno 2 settimane. Per lucidare capelli scuri dopo lo shampoo risciacquateli con acqua a cui avrete aggiunto un decotto (intiepidito) preparato con 30 g di foglie fresche bollite per 10 minuti in mezzo litro d'acqua e filtrato; non fatelo colare negli occhi.

 

Curiosità: non ha sempre goduto del successo odierno, visto che per i Greci portava sfortuna ed era simbolo di morte, tanto da usarlo nelle celebrazioni funebri. I Romani lo impiegavano in cucina o, in ghirlande, contro l'ubriachezza. Nel Medioevo divenne l'erba del diavolo, utilizzata in pratiche di magia nera per tutto il Rinascimento ed è stato riabilitato solo alla metà dell’Ottocento. Va evitato in caso di minaccia di aborto in gravidanza: l'apiolo in forti dosi provoca emorragie e incentiva le contrazioni uterine; in passato era ritenuto abortivo: veniva mangiato in quantità dalle ragazze che, alla mancata comparsa delle mestruazioni, temevano di essere rimaste incinte, nell'intento di abortire spontaneamente; in realtà, nella maggioranza dei casi semplicemente favorisce l'arrivo del flusso, e solo in caso di predisposizione può provocare l'aborto.

 

Articolo di Elena Tibiletti

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