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Pantelleria: il cuore verde del Mediterraneo
Inviato da Silviab il 13-06-2017 15:18
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Sorvolando l’isola a bassa quota, come avviene quando si arriva per via aerea, si rimane colpiti dalle tinte forti: verde scuro, della macchia mediterranea che ricopre buona parte dell’isola; nero, delle rocce di origine vulcanica; blu oltremare che sfuma in acquamarina; bianco immacolato, dei dammusi, le tipiche abitazioni pantesche; fucsia e arancio, di bougainvillee e bignonie, ornamento dei dammusi.

Il contrasto cromatico fa parte delle sensazioni intense che si provano man mano che si entra nell’isola: nei suoi 83 kmq d’estensione, Pantelleria muta continuamente, e al tempo stesso rimane fedele a se stessa, aspra e selvatica espressione di forze della natura oggi sopite ma percepibili in ogni pietra, in ogni pianta, in ogni esalazione della terra.

CHE COSA OFFRE

Pantelleria non è un’isola “facile”. Non è spiaggia sabbiosa, facile da raggiungere, dove stendersi comodamente al sole e passeggiare. Pantelleria è un’isola per fachiri, con i suoi scogli movimentati anche quando sembrano pianeggianti (Bue Marino, Karuscia e Kattibugal, a nord-ovest; Balata dei Turchi, a sud-est), con fazzoletti di pietra dove appollaiarsi in un’unica posizione obbligata, e pazienza se poi il sole si prende di sbieco, la vista di una cala mozzafiato (Arco dell’Elefante, a nord-est; Martingana, a est) compensa decisamente la scomodità.

Pantelleria non è casa-mare-casa-discoteca: la vita tipicamente “da vacanza” è molto riduttiva per la ricchezza dell’isola: Pantelleria non è solo mare. La natura vulcanica la rende intrisa di acque e vapori termali (Specchio di Venere, Gadir, Sataria, Khazen, Benikhulà, Favara Grande), che accarezzano dolcemente la pelle provata dai grigiori invernali, o le ossa arrugginite dagli anni che incalzano. Le vestigia dei primi abitanti insulari rimangono evidenti nei magici Sesi, traforati da cunicoli disposti a catturare i raggi solari nel momento di massima energia e si manifestano nelle scarne tombe bizantine di Ghirlanda.

L’industriosità dei panteschi, lontani progenitori degli attuali abitanti, risalta nei fitti terrazzamenti con muretti a secco che ospitano striscianti vitigni di zibibbo e ordinati cespugli di capperi, nei dammusi frutto dell’ingegno contadino, vere oasi termiche in estate e in inverno, nei giardini di eredità araba che racchiudono aranci e limoni protetti dalla tramontana, nelle semplici trecce di pomodori appese a seccare davanti a ogni dammuso.

La gola viene solleticata da una cucina semplice ma assai saporita, dove il pesce si mescola alle gustose verdure locali, accompagnate dai capperi sotto sale; a chiudere il convivio, un bicchiere di passito, vino liquoroso dolce, nettare celestiale, distillato di sole.

LA FLORA

Pantelleria non è Sicilia: è verde anche in estate, grazie alla fitta pineta che ricopre la Montagna Grande (836 m) e il Monte Gibele fino a Dietro Isola, in una stretta mescolanza di pino d’Aleppo (Pinus halepensis), pino domestico (Pinus pinaster) e leccio (Quercus ilex) dove, alle prime piogge autunnali, i cercatori di funghi raccolgono boleti (Boletus granulatus) e sanguinelli (Lactarius deliciosus, L. sanguifluus).

Scendendo, il sottobosco della pineta si ricopre di sempreverdi della macchia mediterranea, come mirto (Myrtus communis), corbezzolo (Arbutus unedo, i cui frutti fermentati fornivano un tempo una sorta di liquore), erica (Erica multiflora), lentisco (Pistacia lentiscus), e ancora alloro (Laurus nobilis) e ginestra (Genista aspalathoides). Gli arbusti s’insinuano tenaci tra gli enormi massi lavici di Punta Spadillo, a mo’ di grossi cuscini modellati da tramontana e maestrale, oppure si adagiano mollemente lungo le pendici insulari a Balata dei Turchi, digradando fino alla linea di costa.

Nei pressi del mare, un’odorosa gariga a rosmarino (Rosmarinus officinalis), finocchio selvatico (Foeniculum vulgare), ferula (Ferula communis) e origano (Origanum officinale, dall’aroma diverso dal resto del Mediterraneo) sostituisce i sempreverdi. I terreni più degradati dal clima e dall’uomo sono rivestiti da praterie steppiche, tanto riarse e disseccate in estate quanto vitali e multicolori in primavera.

Lo spettacolo offerto dalle colture pantesche completa la meraviglia del turista che per la prima volta si reca sull’isola: i terrazzamenti a perdita d’occhio, su pendenze percorribili solo delle capre, delimitano strette lingue di terra quasi tutte ordinatamente ricoperte di curatissime viti basse dai carnosi grappoli biondi. Alla fine di agosto i chicchi verranno stesi al sole e, dopo un paio di settimane di essiccazione, saranno pronti per essere spremuti, ricavandone il dolcissimo moscato passito, vanto locale.

Dove il terreno è più povero, alla vite si sostituisce il cappero, rustico arbusto ricadente, i cui bottoni fiorali raccolti all’alba diverranno, sotto l’azione del sale marino, pregiati capperi Igp. I boccioli sfuggiti alla mano dell’uomo si liberano in vistosi e profumatissimi fiori bianco-rosati dai lunghi stami viola, spettacolari testimoni della perfezione della natura.

L’occhio del visitatore si sofferma poi sugli olivi “bonsai”, alberi che vengono preservati dalla bruciatura dei fiori causata dal vento mediante un paziente lavoro di coercizione in forme basse e distese sul terreno. Ne deriva un’abbondante produzione di olive mignon, utili per la conservazione e la spremitura.

Ed è sempre il freddo vento invernale che ha indotto la costruzione dei giardini, in torrioni di pietra lavica nera, all’interno dei quali si allevano due o tre piante di agrumi, sufficienti per il consumo familiare. Tra aprile e ottobre si aggiungono le colture di pomodori, zucchine, cipolle, il cui sviluppo (conigli selvatici permettendo, data la loro quantità e la voracità) è assicurato dalla sola umidità risalente dal terreno durante la notte.

 

(A cura di Elena Tibiletti - Pubblicato su Giardinaggio 6/2010)